245 Mesi

Novella Tratta da

"17 Novelle Bizzarre +1"

[03:39 post meridiem 20/06/2015]

«Gente affamata di leccorniose degustazioni! Assaggiate il Triscotto all’Unicotta proveniente dall’estremo est di Lussemburgo! È più invitante del comune biscotto ed è farcito dall’unicotta, che è più dolceamara della ricotta! Garantito gentilissima folla, garantito!»

La folla s’accalcava per gustare quel Triscotto che già in cuor suo amava. All’opposto dello stand che proponeva quel gustoso dolciume menzionato, c’era un’altra Bizzarra conosciuta come Bizzarrella. Ella s’occupava d’insegnar le divisioni e a far imparar a memoria le tabelline ai due panda rossi che aveva in custodia…
Era sempre attenta e meticolosa, una donna saggia, ma quel pomeriggio era alquanto distratta.

Osservava il profumoso Triscotto piena di voglie e di malinconie. Pensava: «Da dove provengo, non si trovano più i Triscotti… non ne mangio uno da quando mio marito tornò dal carcere dopo esser stato messo in cella per il suo esser obiettore di coscienza. Che guerra che fu, quanta devastazione portò la Quinta Guerra Pluviale! Era stato chiamato alle armi nella quarantasettesima legione dei fantini cavalcatori di elefantini bizantini nani… e menomale che non vi partecipò! Nessuno di quella legione tornò ad abbracciare le proprie mogli! Onestamente, mio marito ha sempre avuto buon senso e una buona coscienza a dir poco funzionante».

Mentre era immersa nei suoi pensieri, una folata di profumo triscottante tornò a tormentare le sue voglie. Quindi, chiese aiuto: «Ehi, ehi!», e avendo attirato l’attenzione d’un vecchietto, indicando il triscottificio gli chiese: «Oh, buonuomo, me ne potreste prendere uno?», ma il vecchietto gli sorrise alzando le spalle e se ne andò. Bizzarrella fu costretta a continuare a chiedere aiuto: «Gentilissima gente, mi sentite? Sono qui, mi vedete? Mi sentite?», ma nessuno si voltava.

«Sappiate che il Triscotto ve lo pago: è solo una piccola voglia che vorrei appagare», affermò ai passanti monologando. Lei era una bizzarra di bell’aspetto, signorile, dalla pelle color ‘verde speranza’. Ella era incintante di un esser privo di alcun ‘vissuto’ ma vivente di una vita dal sapore al quanto sconosciuto...
La sua pancia gravida era pesante novantatré chilogrammi circa! Chissà chi o cosa dovesse partorire. Qual essere vivente sarebbe dovuto nascere già avente novantatré chili da spostare? Boh, io non ne ho idea e voi? Qui, alla Fiera del Bizzarrismo accadono cose strane…
Comunque, avendo appurato che nessuno l’ascoltava, Bizzarrella tornò ad applicarsi con i suoi piccoli panda rossi, togliendo il flebile disturbo. Ma una Signora – con la ‘S’ maiuscola – che faceva la fila per il Triscotto, notò la gentile invocazione di soccorso della ‘donna verde’ e ne comprò uno per sé e anche per Bizzarrella. La Signora aveva sessantasette anni ed esperienze con voglie alimentari ne aveva subite tante, essendo stata anch’ella madre…
«Ecco a lei...», esordì la Signora.
«Oh, grazie! Quanto le devo?», chiese la Bizzarrella frugando nel suo cassetto pieno di monete d’oro e pietre di giada.
«Niente mia cara, niente».

A Bizzarrella gli fiorì dunque un sorriso, poi le disse: «Lei è più dolce del miele che procurano gentilmente i miei Orsi Olandesi quando tornano dalle loro vacanze trimestrali in Turchia! Conosce l’Elvish?»
«No, non conosco l’Elvish, mia cara… comunque si figuri, non c’è di che».
«Come le han messo nome i suoi genitori?», chiese curiosa Bizzarrella.
«Sono Ida Jackson e lei?»
«Bizzarrella: mi chiamano da indimenticato tempo Bizzarrella, a servirla!»
«Onorata: ma lei... oh mamma, lei è la signora incinta con la pancia più immensa che abbia mai visto! Oh, misericordia, il suo volto delicato inganna parecchio!», esclamò educatamente la signora. Poi chiese sbalordita: «A quale mese di gestazione vi apprestate? Sarete imminente al lieto evento, bella signora!»
«Sono al duecentoquarantacinquesimo mese...»
«Oh!», rimase perplessa, sbigottita.
«Sì... 245 mesi e lui non vuole uscire».

La folla, avendo le orecchie ben sintonizzate sulle stranezze, s’accerchiò intorno allo stand della bizzarra donna gravidante per constatare con i propri occhi ciò che avevano appena sentito di sfuggita. Quindi, la bizzarra donna incinta chiese all’elegante Signora: «Le piacerebbe conoscere mio figlio?»
«Eh-eh... mi piacerebbe mia cara, ma è impossibile, almeno credo…»
«E se riuscissi a rendere possibile la cosa, potrebbe aiutarmi, non so, a farlo uscire?»
«Se riuscisse a farmi parlare con lui, dovrebbe vincere il Nobel, mia cara!»
«Non so cosa sia un Nobel, ma l’idea di vincere qualcosa non mi dispiace affatto: l’importante è non montarsi la testa... oh, aspetti un attimo. Avrà la sua conversazione in un batter di tappeto!», la bella Bizzarrella s’accovacciò con cautela e prese una coppia di telefoni antichi, di quelli in bachelite nera anni 40.

Li appoggiò sul bancone e disse: «Io non gli ho mai potuto parlare, intuirà bene il perché, ma proprio da ieri, qualsiasi persona potrà farlo al posto mio!»
«Non comprendo... come gli parlerò? E lui mi risponderà?»
«Semplice: con la cornetta del telefono che ingoierò...», rispose mostrando alla donna l’apparecchio telefonico che aveva recuperato. La folla sussultò, e la donna s’agitò: «No, mia cara! È pericoloso, non si discute!»
«La prego, abbiate la vostra sfiducia sottoposta...», allorché la Signora si guardò intorno: le persone la incitavano a non farlo, mentre gli stand tutt’intorno gli suggerirono che lì, in quella stramba fiera, tutto era possibile. Quindi, la Signora Jackson rispose: «Potrebbe rivelarsi fatale, lo sa?»

«Io da sola non posso parlargli. Mio marito è fuori per lavoro e tornerà domani… ma io non sto più nella mia pelle verde! Vorrei provare a sentire almeno la sua voce!»
«È sicura al cento per cento di ciò che mi sta chiedendo di fare? Da giovane operavo come ostetrica, e ho aiutato a dare alla luce migliaia di vite ma… una situazione del genere non l’ho mai affrontata, n’è proprio sicura?»
«Sì, ne sono sicura al centovirgolacinque per cento...», confermò sorridente Bizzarrella.
«Beh, in tal caso, finisca il suo Triscotto all’Unicotta e cominciamo».

Presa dall’emozione e dalla gratitudine, Bizzarrella uscì dal suo bancone e abbracciò con tutta la sua debole forza l’amabile Signora Ida Jackson: «Per un Triscotto ho preferito non far sforzi, ma per un abbraccio dedito ad una persona speciale come lei, non c’è ostacolo che mi impedisca d’alzarmi!», la Signora Ida Jackson contraccambiò genuinamente. La gente attorno quasi s’emozionò. Dopo un applauso d’incoraggiamento, la Signora Jackson cominciò la sua delicata operazione: «Allora, procediamo».
«Inghiottisco la cornetta, Signora Ida...»
«È proprio sicura di ciò che sta facendo?», chiese nuovamente la Signora.
«Certosissima! Lo vede quel bizzarro uomo in quello stand rosso laggiù, che piange davanti a quel vecchio televisore? Lo vede?»
«Sì, quel signore magro, lo vedo. Sta mangiando un piatto di spaghetti, se non erro».
«Proprio lui: ecco, Mangiavetro m’ha insegnato ad ingoiare oggetti senza farmi del male...»
«Davvero?»
«Già! Lui è un bizzarroso uomo che ingerisce vetro, per cui mi fido del risultato che ne verrà da questa nostra operazione».
«E questi telefoni chi ve li ha portati?»
«Se la mia smemorata memoria da bradipo cittadino ricorda bene, è stato un mio simile: era incappucciato e aveva un libro in mano pieno di poesie... rideva pure troppo per i miei gusti!»
«Oh!», s’immerse nel suo immaginario la Signora Jackson.
«Ci siamo allora! Le do il numero da chiamare, mi volto e inghiotto la cornetta. Ecco, il numero è scritto tutto qui, su questo foglietto».

«Va bene... se n’è proprio sicura, farò il possibile per aiutarla», così la donna bizzarra si voltò e alzò la cornetta a mo’ di fachiro, proprio come se fosse una spada tagliente. Tutti rimasero col fiato sospeso. Il Ticchettio del Mondo sembrò fermarsi. Bizzarrella fece scendere la cornetta piano-piano, piano-piano, piano-piano, dalla bocca all’esofago, fino ad arrivare allo stomaco. Poi si voltò e gli diede un pezzetto di carta con scritto: +18 331 17 082 09 e fece un segno d’intesa, per rasserenare la Signora Ida. Come fece a rispondere quell’essere dallo stomaco, non capirò mai.
«Va bene, immetto il numero», dettò le sue azioni timorosa la Signora Jackson.

TI-TI-TI...TI-TI-TI...TI-TI...TI-TI-TI...TI-TI...
TUUU-TUUUUUU... TUUU-TUUUUUU... TUUU-TUUUUUU... TUUU-TUUUUUU...

«Pronto, mamma?», una giovane voce gracchiante s’udì dalla cornetta.
«No, non sono la mamma, sono la signora Ida Jackson, un’amica di sua madre».
«Vuole dire la Signora Ida Jackson».
«S-sì, è proprio quello che ho detto, mio caro…»
«Mi dica: lei è una zebra, Signora Jackson?»
«N-no, mio caro...»
«Poco male!» disse il ragazzo, «Poco male?», chiese Ida.
«Semplicemente il contrario di ‘molto bene’, ma è la stessa cosa», spiegò.
«Ah…»
«Mi scusi Signora Jackson, sa com’è, a mia madre piacciono tanto le zebre. Per questo pensavo che lei fosse una zebra. Deve sapere che mia madre le definisce ‘sue amiche per la pelle’. Lei le alleva e le insegna».
«Oh, cosa le insegna?»
«Le insegna come essere animali domestici adibiti per far del doposcuola agli esseri umani…»
«Doposcuola agli…?»
«Sì, queste zebre che addestra sono specializzate nel dar lezioni d’algebra ai Ragazzi Normaloidi, ovvero quelli che gli stessi insegnanti del vostro mondo li definiscono come asini: per gli alunni animali, ci vuole un insegnante animale».
«Oh, sbalorditivo!»
«Può dirlo forte: sa, non le ho mai viste ‘queste zebre’... come sono fatte? Ad essere sincero, non le ho neppure mai sentite. Ne ho solo sentito parlare da mia madre...»
«Che buffa storia!», la Signora si lasciò andare ad una risata contenuta.
«Mi dica, sarebbe così tanto gentile da passarmi una zebra al telefono? Vorrei fargli una domanda», chiese con garbo il ragazzo: «…»

«Pronto, Signora Jackson? Tutto bene?», ancora incredula per ciò che stava vivendo, la Signora non riuscì a proferir ulteriore parola. Probabilmente, fu solo in quell’istante che si rese conto realmente del fatto che stesse parlando con qualcuno mai nato…
Quindi il ragazzo continuò: «Sa perché vorrei parlare con una zebra? Perché vorrei chiedergli se potessero insegnare una cosa a degli uomini che abitano nei pressi della casa-vacanze di mia madre e mio padre».
La Signora riuscì a riprendere il controllo della parola: «Beh, caro... le zebre sono animali, e in quanto tali, almeno dalle mia parti non parlano...», rispose tremolante la donna.
«Uh... e perché?»

«Di norma, gli animali non parlano», ripeté calma, «Fanno solo versi. Noi umani invece, possiamo parlare, dialogare e ci esprimiamo, proprio come stiamo facendo adesso io e lei».
«Se gli animali fanno dei versi, vuol dire che sono dei poeti?»
«N-no, ah-ah-ah, no, mio caro».
«Ah... perdoni la mia interminabile ignoranza. Sa com’è, io non sono mai nato. Finché non mi deciderò ad uscire da qui non potrò mai conoscere tutto ciò che lei normalmente conosce...»
«Mio caro ragazzo, permette una domanda?»
«Certo, Signora Jackson, per lei anche diciassette più una».
«Invece di farsi descrivere le cose da lì dentro, perché non ‘nasce’ ed esplora lei stesso questo bellissimo mondo?»
«Perché non nasco? Bella domanda...»

«Potrebbe finalmente dar risposta ai suoi dubbi, avere una visione chiara dei suoi interrogativi! Ci pensi…»
«Perché non nasco... perché non nasc... perché non… beh, non nasco perché ci sono troppi uomini che non si comportano come fanno le zebre. Più o meno è questo il motivo».
«In che senso?»
«Eh, in tanti sensi...»
«Me ne dica almeno uno, l’ascolto».
«Certo, allora: le zebre, sia che sono bianche con le strisce nere, sia che siano nere con le strisce bianche, hanno la dignità di chiamarsi sempre ‘zebre’ e non ‘zebre bianche con le strisce nere’ o ‘zebre nere con le strisce bianche’, mi segue?»
«La seguo».
«Invece, degli esseri umani come mia madre, ma che hanno la pelle diversa da lei, la chiamano una ‘verde senza speranza’... perché?»
«…»

«Questo proprio non mi sta bene: perché quegli uomini fanno questa parzialità? Perché le zebre che sono ‘bestie’ non notano le piccole differenze, e gli umani che sanno parlare sì?»
«Eh, ha toccato un tasto dolente, mio caro», la donna vide con lo sguardo alcuni presenti che annuivano mentre altri bisbigliavano, prendendosi beffe del ragionamento. Poi continuò: «Purtroppo questo mondo è così, come dire, così...»

«Troppo bizzarro: una normalità bizzarra che spacca, divide e uccide…»
«Già…», la Signora volle cambiare argomento: «Mi dica, non esce solo per questo motivo?»
«No».
«Ah, e cos’altro c’è allora?»
«Io... io... io mi vergogno terribilmente...»
«E di cosa mio caro? È un ragazzo piuttosto sveglio per restare chiuso lì dentro, sa? Non dovrebbe vergognarsi di uscire».
«Io credo che a lei le possa rivelare il motivo, è una persona gentile»
«Mio caro, devo avvisarle che ci sono anche altre persone che la stanno ascoltando…»
«C-come? E me lo dice adesso?»
«Non credevo fosse un problema…»
«Oh, a pensarci meglio non ci sono problemi: loro sentono, non ascoltano», a quella affermazione alcuni presenti si offesero. Fece un piccolo sospiro e spiegò: «Deve sapere che io sono stato colorato da mamma e papà come ‘bianco luna’. La mia pelle è più bianca della carta!»
«Oh! E che problema c’è, mio caro? Sa che pure il colore della mia pelle è pari al bianchissimo? Forse la mia pelle è simile alla sua».
«Ed è una brava persona. Mh… quindi non è così importante da potermi influenzare…»
«Esatto!»

«Ma se poi non riuscissi a vedere i miei simili con pelle diversa come persone normali? Se non riuscissi a fare come fanno le zebre? Io non me lo perdonerei affatto. Mi vergogno così tanto d’essere un ‘bianco lunare...’»
«Dai, perché continua a fare questo ragionamento?»
«Perché vorrei essere un umano e basta».
«Allora esca e divenga un umano e basta! Sarà d’animo nobile se lo vorrà. Né ‘bianco lunare’ né ‘verde speranza’ né bianco come me e neppure nero, giallo, rosso o quel che sia: se lei lo vorrà, mio caro ragazzo, sarà solo un amabile umano».
«…», a quelle parole della Signora Jackson, il figlio di Bizzarrella s’arrestò, metabolizzò il tutto e poi disse: «Va bene, esco».
Tutti i presenti gioirono, qualcuno invece non vedeva l’ora di fare quattro chiacchiere con lui in privato per screditare i suoi pensieri, ma non ebbero modo...
«Che vorrebbe fare appena uscirà di lì?»
«Una volta fuori da questa cara placenta, credo che imparerò a scrivere, probabilmente lo farò in un istante: così che possa formare dei libri pieni di storie che ho maturato nella mia fantasia incontaminata, lontana da tutto e da tutti…»

«Singolare… vuole che le dia una mano a uscire? Sono stata una specialista in questo, magari trasferiamo sua madre in un ospedale per un cesareo...»
«Certo, a patto di una cosa...»
«Cosa?»
«Che nessuno fermi la mia immaginazione...»
«Mio caro ragazzo, tenga a mente che non appena sarà nato, s’accorgerà che la vita è un’eterna distesa di scelte. Come avrà la possibilità di scegliere d’essere buono e di rimanere sé stesso, avrà anche la possibilità di scegliere di non modificare la sua immacolata fantasia, gliel’assicuro...»
«Allora è deciso: per favore, faccia partorire mia madre. Voglio partire, voglio cominciare a vivere...»

A quelle parole, un gruppo di persone s’apprestò ad aiutare la donna a togliersi la cornetta dalla gola e cooperarono assieme al fine di farla uscire dal tendone della Fiera del Bizzarrismo, per far sì che potesse dar vita a una strana creatura, ossia l’Autore del Bizzarrismo: John McDillan.

Benvenuto nel Mondo del Bizzarrismo, Caro Lettore...

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